Calabrò chiarisce: “nessun rapporto diretto tra spandimento delle deiezioni animali, superamenti dei livelli soglia del PM10 e contagi da COVID-19”

Campania Felix

14/05/2020

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(Anna Smimmo)- Le fake news sulla salute sono le terze più diffuse al mondo (19%), dopo quelle di attualità e di cronaca, ma più delle altre possono essere pericolose, generando psicosi.

Tra gli esempi più clamorosi sono le fake news del comparto sanitario e agro-alimentare, dietro le quali si nascondono tentativi di distruggere i principi fondamentali della democratica concorrenza: mettere in cattiva luce qualcuno o qualcosa per avere più mercato.

Per discutere e spiegare i temi più attuali di salute pubblica e sicurezza alimentare legati al mondo animale nel loro sempre più stretto connubio con l’uomo, è nata la rubrica di divulgazione scientifica “UN MONDO DI BUFALE”, https://www.mvpa-unina.org/fakenews.xhtml , curata da docenti del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali della Federico II.

Diffuse spesso anche dai media di livello nazionale le bufale sul possibile contagio uomo-animale o sulle misure da attuare per evitare il Coronvirus, spesso aiutate in questo anche dalla facile risonanza sui social network.

Riportiamo una dichiarazione, parte della rubrica su citata, della prof.ssa Serena Calabrò (in foto) del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali, Federico II, di Napoli che focalizza l’attenzione sulla problematica “L’inquinamento da spandimento di deiezioni animali ha favorito il contagio da COVID-19?”

“Ancora una volta i mass media affermano che gli allevamenti intensivi sono una fonte primaria di inquinamento, stavolta non per i gas-serra, ma per la diffusione di PM10, che in molti hanno correlato a una incidenza di casi da Coronavirus nelle regioni del Nord Italia. Sui social e nelle aree coinvolte, dove questa tipologia di azienda è maggiormente sviluppata, quest’ipotesi ha suscitato grande eco e ampie discussioni.

Occorrono però alcune considerazioni. Il particolato sottile PM10, per la sua natura chimica particolarmente complessa e variabile, è in grado di penetrare nell’apparato respiratorio e creare problemi di salute nell’uomo. Queste particelle emesse in atmosfera direttamente dalle sorgenti o a seguito di reazioni chimiche con altri inquinanti possono avere origine naturale o antropica (riscaldamento domestico, traffico veicolare). Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (ISPRA) certifica che il settore agro-zootecnico è responsabile di emissioni di PM10 in percentuali nettamente calanti negli ultimi anni e meno significative rispetto a quelle di altri comparti (11.8% nel 2018).
A seguito delle misure adottate per il contenimento della pandemia con il blocco pressoché totale di numerose attività, l’ISPRA ha registrato una tendenza alla riduzione delle concentrazioni di inquinanti nell’ordine medio del 30% attribuibili a diversi fattori (es. riduzione delle emissioni dal settore trasporti, favorevoli condizioni meteorologiche). Le emissioni da attività agro-zootecniche si sono stimate in linea con quelle tipiche del periodo, anche se una preoccupante crescita di polveri sottili è stata registrata alla fine di marzo in alcune province della Pianura Padania. In merito a ciò, l’ISPRA ha chiaramente certificato che queste particelle provenivano dalle correnti atmosferiche originarie dalla zona del Caucaso e Mar Caspio.

Quindi, cosa lega COVID19, PM10 e zootecnia intensiva? Allo stato attuale delle conoscenze non è giusto affermare che esista un rapporto diretto tra spandimento delle deiezioni animali, superamenti dei livelli soglia del PM10  e contagi da COVID-19.

Senza considerare l’indotto economico tra aziende e dipendenti ad esso legato. In Italia la zootecnia ha visto nel corso dei secoli una riduzione dei capi allevati, durante i quali l’innovazione nelle tecniche di allevamento, di spandimento delle deiezioni e di alimentazione animale, ne hanno sensibilmente aumentato la sostenibilità ambientale. In un delicato momento in cui il Paese è messo a dura prova, non è accettabile mettere in discussione, senza fondamento scientifico, un settore che ha garantito produttività, nonostante le difficoltà evidenti, fornendo cibo a tutti, nel pieno rispetto delle disposizioni sanitarie. È tuttavia molto importante che questo periodo di forzato lockdown abbia fatto riflettere molte persone sull’urgenza di intervenire per la tutela ambientale. “

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