CHALET CIRO: LA FIPE CHIEDE UN TAVOLO DI CONFRONTO 

Campania Felix

27/06/2017

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Un tavolo di confronto sul caso dello chalet Ciro. E’ quanto richiesto oggi dai vertici della FIPE – Confcommercio, anche a seguito del ricorso al Tar presentato dai legali dell’azienda, al fine di verificare insieme le possibili soluzioni ad un problema che rischia non solo di far perdere il lavoro a trenta dipendenti ma anche di penalizzare una delle attività imprenditoriali di maggiore successo della città. 
 
“E’ chiaro – ha commentato infatti il vicepresidente nazionale della FIPE Salvatore Trinchillo – che nessuno di noi intende tutelare l’illegalità. Ma, d’altro canto, in presenza di normative urbanistiche non sempre d’immediata interpretazione penso sia giusto affrontare tutti insieme la questione, in modo da contribuire ognuno per le sue competenze a dirimere la questione nel migliore dei modi. Non ci dimentichiamo che Napoli è una città turistica e che tutti puntiamo su questa sua vocazione. E in questa logica non si può penalizzare così gravemente uno dei suoi principali attrattori”.
 
La querelle è nata infatti a seguire della disposizione comunale che ha ordinato ai titolari del locale di togliere tavolini, pedane ed ombrelloni dai marciapiedi ed il titolare dello chalet Antonio De Martino, dopo aver chiesto una sospensiva a Palazzo San Giacomo, ha deciso di rinunciare anche ai venti metri quadrati di cui avrebbe potuto invece ancora usufruire. 
 
Quattro mesi fa il Tar della Campania aveva già accolto del resto un ricorso dello stesso locale contro il “no” alla concessione espresso dal Comune nel 2015. In quel caso la sospensiva era stata concessa. 
 
 “Lo chalet Ciro – ha spiegato a sua volta il presidente della sezione bar e pasticcerie della FIPE napoletana Ulderico Carraturo – vanta ben sessantacinque anni di attività e rappresenta quindi un caso di eccellenza in un momento in cui, invece, vediamo aziende che chiudono ogni giorno. Il regolamento è entrato in vigore nel 2014, e solo a seguito di questa data lo chalet è stato equiparato ad uno dei chioschi di Mergellina. Non si può quindi parlare di dolo da parte di un imprenditore che, sessantacinque anni fa appunto, ha avviato la sua attività nel pieno rispetto delle regole”.

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