Napoli, laurearsi in superamento dei disagi

Campania Felix

24/02/2017

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A Napoli, coloro che hanno la nobile ambizione di conseguire un titolo di studio superiore al diploma e accrescere il proprio bagaglio culturale hanno da affrontare i disparati disagi legati alla disorganizzazione dell’ateneo Federico II, al livello insufficiente dei suoi servizi e alla carenza degli stessi servizi. Da ex studentessa del dipartimento degli studi umanisti al termine del suo percorso formativo, tiro le somme dei pregi e dei difetti della struttura. Per gli aspetti positivi basta pensare all’ampio programma di studi che mira ad abbracciare molteplici discipline umanistiche stimolando e soddisfacendo l’interesse di chi vive col naso nei libri; non mi occorre, inoltre, molto sforzo a pescare dalla memoria il piacevole ricordo dei corsi in cui i docenti grazie alla loro ammirevole cultura e la palese passione e dedizione alle diverse tematiche tengono avvinti gli studenti nell’incanto delle conoscenze che trasmettono, garantendo oltretutto un clima di cordialità e parità che si creava quando il professore metaforicamente non si trovava più dall’altra parte della cattedra; non posso poi fare a meno di considerare la suggestione artistica dell’architettura delle sedi in cui si tengono le lezioni, dislocate in diverse posizione di un’area che parte da via Mezzocannone a via Marina, e parliamo del complesso domenicano di San Pietro Martire, del neobarocco palazzo Corso Umberto e del moderno Palazzo di via Marina. Il patrimonio culturale e artistico degli edifici e quello che divulgano il corpo docenti nell’insegnamento della didattica rischia di essere minacciato da imbarazzanti inadeguatezze che presenta il dipartimento e per le quali a rimetterci sono gli studenti, i diretti contribuenti che finanziano il funzionamento delle strutture universitarie (e se vogliamo dirla tutta, quelli che stringono la cinghia per investire nella loro formazione). La maggior parte degli iscritti sono studenti che risiedono nelle province limitrofe oppure provengono da altre regioni del sud Italia. Questa realtà è ormai nota da tempo, ma l’ateneo non si è ancora mobilitato, attraverso l’offerta di alloggi. a rispondere alle esigenze e alle difficoltà di studenti che si sottopongono a sacrifici economici per il pagamento di un affitto al centro di Napoli o che si organizzano più che possono, sperando sempre nella buona sorte, di raggiungere la sede con i mezzi di trasporto. Quest’ultimi sono le formidabili e moderne ferraglie della ferrovia cumana, gli inaffidabili regionali Trenitalia e l’autobus di Avellino dal numero limitato di partenze, gli orari dei quali non sono propriamente compatibili e congeniali a quelli che devono rispettare gli studenti universitari, i quali si affannano in ansiose corse per non perdere il treno all’orario previsto perché un’altra corsa è programmata mezz’ora dopo o di più. Al dipartimento la prima nota dolente che si ravvisa è l’inadeguatezza delle aule, o non hanno posti a sedere a sufficienza per accogliere i numerosi iscritti, molti dei quali finiscono per ascoltare le lezioni su Dante con le natiche sul pavimento, oppure non sono dotate di materiale didattico: è pur sempre un’università! Si evince una generale disorganizzazione del sistema didattico relativo agli esami e alle lezioni per fornire il servizi didattico al gran numero d’iscritti, per cui esami vengono dilazionati per più giorni e spesso le aule assegnate alle differenti discipline non si trovano nella stesa sede, a causa di ciò lo studente compie delle piccole trasferte, tour de force, che, di certo, rendono seriamente difficile agli studenti con deficit motori la frequentazione (parte del diritto alla studio). L’università mostra inadempienza anche nella disposizione di un servizio mensa, oppure a garantire agevolazioni nell’acquisto di cibarie e bevande presso tavole calde delle vicinanze. Ho avuto motivo, inoltre, d’indignarmi anche per la mancanza nell’offerta didattica di un laboratorio di scrittura, attraverso il quale gli studenti potrebbero perfezionare la propria scrittura, pulirla da eventuali errori (riducendo le rimostranze dei relatori verso gli studenti), affinare lo stile,  insomma permettendo  di formarsi adeguatamente per poter ricoprire il ruolo di qualunque ‘addetto ai lavori’ nell’ambito dell’editoria, dell’istituzione scolastica, ed eventualmente nel campo del giornalismo. La didattica si basa sulla tradizionale impostazione (del conseguimento dei solo esami orali) che non consente di incrementare iscritti ma al contrario favorisce la fuga dei futuri studenti verso nord e, cosa più importate, nega l’opportunità agli iscritti di acquisire quelle competenze necessarie oltre che per ogni laureato ma di gran lunga indispensabili per ogni dottore in lettere.

Marianna Puzone

 

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