SANTUARIO SS TRINITA’ ALLA MONTAGNA SPACCATA. Dai Benedettini ai Francescani ad oggi, tra spiritualità e scienza.

Campania Felix

20/08/2019

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GAETA- (Anna Smimmo)-Epica, religioni monoteiste e politeiste, credenze popolari, ataviche paure, miti e leggende, credenze che trasudano la curiosità naturalistica insita nel genere umano.

Il Santuario della Santissima Trinità, anche detto della Montagna Spaccata, è situato sulla fiancata occidentale del Monte Orlando, prospiciente Serapo, oggi Parco naturale urbano. Sorge su una fenditura nella roccia che giunge fin nella grotta del Turco creatasi, secondo la leggenda, al tempo della morte di Cristo, quando si squarciò il velo del tempio di Gerusalemme. Nel 1434 dall’alto dei due costoni di roccia si staccò un macigno che andò ad incastrarsi più in basso tra le pareti della fenditura, al di sopra dell’ingresso sul mare della grotta. Qui nel XVI secolo, venne realizzata una cappella dedicata al Crocefisso raggiungibile tramite una scalinata che porta nelle montagna; lungo di essa, che percorre la stretta spaccatura di roccia, è possibile notare sulla parete di destra un distico latino con a fianco la cosiddetta mano del Turco, la forma di una mano (le cinque dita nella roccia) che, secondo la leggenda, si sarebbe formata nel momento in cui un “miscredente” marinaio turco che non credeva alla storia sulla spaccatura nella roccia, si era appoggiato alla roccia che miracolosamente divenne morbida sotto la sua pressione formando l’impronta della mano.

 

Il Santuario edificato nel l’XI secolo, aveva annesso un monastero benedettino. Sotto Carlo V furono costruiti i nuovi bastioni della fortezza gaetana che ancor oggi lambiscono il santuario. La fisionomia attuale della chiesa è frutto del restauro del XIX secolo operato dei padri Alcantarini. Il complesso della “Montagna spaccata” si incastona nel contesto di tre fenditure della roccia. A sinistra della chiesa vi è la discesa alla fenditura della Grotta del Turco. A lato si trovano le cisterne romane della villa di L. Munazio Planco, poco distanti dall’omonimo mausoleo. A destra della chiesa si percorre un corridoio scoperto con alle pareti le stazioni della Via Crucis in riquadri maiolicati, opera di R. Bruno (1849), con sotto ogni quadro i versi del Metastasio. Al termine vi è la scalinata che giunge fino alla fenditura centrale in un ambiente particolarmente suggestivo. Poco prima della cappella del Crocefisso, c’è il giaciglio in pietra di S. Filippo Neri. Numerosi sono i pontefici sovrani, vescovi, santi (Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Leonardo da Porto Maurizio, Paolo della Croce, Gaspare del Bufalo, Filippo Neri) che hanno visitato questo luogo di raccoglimento spirituale. Particolare venerazione per il santuario ebbe Pio IX, che scese nella Cappella del SS.Crocifisso e ricevette la benedizione con la Reliquia del legno della SS.Croce da parte del cardinale Patrizi.  Oggi il santuario è sede dei missionari del P.I.M.E.

Fu costruita dai Benedettini verso il 930. Fu restaurata dai Padri Francescani Alcantarini nel XIX secolo, in stile settecentesco spagnolo, semplice e nudo. Sull’altare maggiore è caratterizzato dal quadro della SS Trinità con la Madonna e Sant’Erasmo, speciali protettori di Gaeta. La statua di San Benedetto, nella prima cappella a destra, ricorda l’opera dei benedettini che costruirono e officiarono il Santuario per quasi nove secoli (930- 1788). Le statue di San Francesco e di Sant’Antonio vogliono ricordare i padri Francescani Alcantarini che diressero il Santuario per quasi 40 anni. Nella seconda cappella a destra è molto venerato il gruppo della Pietà, modellato su quello dello scultore G.Duprè, esistente nel camposanto di Pisa. La piccola lapide a destra dell’entrata ricorda la solenne consacrazione  della chiesa, realizzata dal Card. Ferretti.

Ritornando alla leggenda nella leggenda, stando all’Eneide di Virgilio, Gaeta, celebre e incantevole cittadina in provincia di Latina, deve il suo nome a Caieta, la nutrice di Enea, sepolta dall’eroe troiano in quelle terre durante il suo viaggio lungo le coste laziali, aneddoto poi ripreso anche da Dante Alighieri. A protezione di questa località marittima, si erge il Monte Orlando, promontorio alto appena 171 metri sopra il livello del mare, ma impregnato di misticismo: come narra la leggenda, le tre profonde fenditure verticali che lo solcano, si sarebbero aperte in seguito all’imponente terremoto scatenatosi in seguito morte di Gesù; queste enormi “ferite” che lacerano il monte gli sono valse il nome di “Montagna Spaccata”.

 

A sinistra uno dei sentieri che si articolano all’interno della Montagna Spaccata, a destra l’affascinante Grotta del Turco.

Difficile da credere, penserete giustamente ma ogni leggenda che si rispetti deve saper rispondere in maniera credibile anche ai suoi più rigidi osteggiatori.
In difesa del mistico aneddoto inteviene quindi la storia di un marinaio turco in visita in quei luoghi:

Poco doppo sopra la Cappella sudetta stava un’huomo a contemplar l’apertura del Monte, sentendo dire da circostanti, che ‘l Monte s’aprì nella morte di Cristo, disse, toccando il Monte, tanto è vero quel che dite, quanto, che questo Monte s’ammollisca, e riceva l’impressione della mia mano. Il monte si rese tenero alla durezza dell’incredolo, e ricevè l’impressione della destra.

Questo brano, tratto dal “Breve Descrittione Delle Cose Più Notabili di Gaeta” del Rossetto (1675), foraggia ulteriormente la leggenda, impreziosendola e completandola, quasi fosse un enorme puzzle. La fantomatica “impressione della destra” che viene menzionata nell’antico scritto non è altro che la mitica “Mano del Turco”, impronta lasciata secoli fa in quel punto come indelebile emblema della spiritualità che avvolge il piccolo promontorio.

La prima pagina del testo “Breve Descrittione Delle Cose Più Notabili di Gaeta” di Rossetto nell’edizione del 1675.

La somiglianza con l’impronta di una mano lascia letteralmente impietriti: cinque arrotondati fori poco profondi che bucano la roccia, perforazioni perfettamente allineate e tra loro poco distanti che sembrano ricalcare alla perfezione l’impronta di una mano. Ma non c’è solo questo aspetto a rendere il tutto così incredibile: la roccia circostante, incredibilmente liscia e lucida, sembra ancora fluida o appena solidificata. Osservare per la prima volta questa inquietante mano traslucida lascia senza parole, per un attimo tutte le certezze scientifiche vengono meno e il misticismo sembra prevalere, difficile confutare la spiegazione che ha generato questa leggenda, se contestualizzata in un recente passato in cui tante nozioni scientifiche non erano neppure immaginabili, tanti aspetti che per un attimo sciolgono la nostra fredda razionalità, accendendo la fiamma della spiritualità.

La fantasia umana è solo apparentemente illimitata: la geologia di quei luoghi, infatti, permette di fornire una spiegazione razionale ben più accurata del fenomeno che ha originato questa “impronta”.

Poggiando la propria mano sulla “Mano del Turco” ci si rende conto di quanto le dimensioni siano analoghe.

Gran parte del promontorio è infatti costituito da rocce calcaree mesozoiche e cenozoiche che hanno subito e subiscono ancora fenomeni carsici: basta osservare una cartina dell’area in questione per rendersi conto di come non sia presente un vero e proprio reticolo idrografico in quanto le acque sono perlopiù incanalate nelle fessurazioni delle rocce, sfruttando le faglie verticali come linee preferenziali entro cui scorrere, aggredendo le rocce carbonatiche e favorendo i processi dissolutivi tipici del carsismo. Ciò rimodella completamente il paesaggio, portando all’apertura di fessurazioni sempre più grandi e profonde che hanno dato vita agli imponenti solchi che caratterizzano la “Montagna Spaccata”. Quindi non c’è un’origine sismica alla base di questa particolare conformazione, bensì un’accurata commistione tra reazioni chimiche e fisiche.
Piccole fessurazioni sono inoltre originate, oltre che dai fenomeni sopracitati, anche alla dissoluzione dovuta alla presenza di Monetite, un Fosfato acido di Calcio localizzato solo in poche aree del promontorio che, con reazioni a freddo, può ulteriormente dissolvere i calcari e corrodere le falesie. Vere e proprie “micro erosioni” che, nel caso della “Mano del Turco”, sono avvenute in cinque differenti punti allineati e vicini tra loro, ma gli osservatori più attenti avranno notato che questi fori sono presenti anche in altri punti.

La roccia sottostante la “Mano del Turco” è levigata e apparentemente liquefatta (Ph. Alessandra Bassoli).

La Scienza è così in grado di trovare una spiegazione alla misteriosa leggenda che per secoli ha aleggiato lungo le scalinate che percorrono in lungo e in largo quel luogo ebbro di spiritualità, senza tuttavia scalfire il fascino di un mito che rimarrà vivo per sempre.

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