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Renzo Arbore e il “Mal di Napoli” Cronaca di una Notte Magica al Trianon

RENZO ARBORE

Non è stata solo una presentazione editoriale, ma un rito collettivo di appartenenza. Al Teatro Trianon Viviani, nel cuore pulsante di Forcella, oltre tre ore di narrazione hanno celebrato il legame indissolubile tra Renzo Arbore e la città di Napoli. L’occasione, il sold out dell’incontro “La mia Napoli”, ispirato al libro-intervista “Mettetevi comodi. Vita, peripezie e tutto il resto” (ed. Fuoriscena), scritto con Andrea Scarpa.

Sotto la guida emozionata di Marisa Laurito, l’evento ha smontato la narrazione superficiale dello showman per rivelare l’uomo dietro l’icona.

Tanti i racconti, da quelli della gioventù a quelli legati indissolubilmente a volti indimenticati e indimenticabili: Luciano De Crescenzo, Riccardo Pazzaglia, Massimo Troisi, Renato Carosone, Roberto Murolo, Totò. Ma anche quelli più intimi, intrecciati alle storie delle famiglie napoletane che con Arbore hanno stretto rapporti di stima e di confidenza nel corso degli anni.

    Sebbene nato a Foggia, il DNA di Arbore è intriso di umori partenopei. L’approfondimento biografico rivela radici profonde:

La sua laurea in Giurisprudenza alla Federico II nel 1963 non fu solo un traguardo accademico, ma il periodo di “apprendistato” sociale nei vicoli della città.

Come il suo legame con Napoli passa anche attraverso lo studio dentistico del padre, luogo di osservazione privilegiato dell’umanità napoletana.

La sua cittadinanza onoraria  il titolo ricevuto nel 1990 che, come emerso durante la serata, Arbore considera non un fregio burocratico, ma una “certificazione d’amore”.

Il palco del Trianon si è popolato di fantasmi illustri attraverso filmati rari e inediti. Arbore ha ricostruito la mappa di una Napoli aurea, citando:

Il sodalizio con Luciano De Crescenzo con il ricordo commosso degli ultimi mesi dell’Ingegnere ha mostrato il lato più intimo del “Cenacolo Arboreano”.

Analizzare poi il rapporto tra Renzo Arbore e Massimo Troisi significa esplorare uno dei capitoli più nobili della creatività italiana, dove la stima professionale si è fusa con un’amicizia profonda, nata sotto il segno dell’improvvisazione e di una visione comune della “napoletanità”.

Il legame tra i due non è stato solo artistico, ma intellettuale. Arbore, già affermato agitatore culturale, vide in quel giovane timido di San Giorgio a Cremano non solo un comico, ma un filosofo del quotidiano.

Arbore è stato tra i primi a intuire che Troisi non faceva “cabaret” nel senso classico, ma portava in scena un nuovo modo di essere napoletano: non più lo stereotipo del “guaglione” sfacciato, ma l’uomo moderno, dubbioso, pigro e profondamente sensibile. Fu proprio Arbore a volerlo fortemente nei suoi programmi, riconoscendo nella gestualità di Massimo una forma di “jazz della parola”. Entrambi rifuggivano la risata facile, preferendo il nonsense e la decostruzione del linguaggio burocratico e politico.

L’eredità di Carosone e Murolo,  pilastri su cui Arbore ha costruito l’operazione culturale dell’Orchestra Italiana, che in 30 anni di attività e oltre 1.600 concerti ha nobilitato la canzone napoletana nel mondo, strappandola dal cliché della “macchietta”.

Quando Renzo Arbore fondò l’Orchestra Italiana nel 1991, la canzone napoletana stava attraversando un periodo complesso, schiacciata tra il purismo accademico e la percezione di un genere “vecchio”. Arbore intuì che per salvare quel patrimonio serviva un’operazione di contaminazione globale.

L’intuizione di Arbore fu quella di applicare le sonorità tipiche delle grandi orchestre americane (il ritmo, lo swing, l’improvvisazione) alla melodia classica napoletana.

In un’epoca dominata dai sintetizzatori, Arbore riportò al centro della scena ben quattro mandolini, trattandoli però come strumenti solisti capaci di dialogare con le percussioni afro-cubane e le chitarre jazz.

Brani come Luna Rossa o O Sarracino vennero spogliati della patina nostalgica per diventare pezzi trascinanti, capaci di riempire gli stadi di tutto il mondo, dal Radio City Music Hall di New York alla Piazza Rossa di Mosca.

I numeri celebrati al Trianon raccontano una storia di successo senza precedenti per un ensemble italiano:

Un tour infinito che ha toccato i cinque continenti.

Arbore ha dimostrato che la lingua napoletana è una “Lingua della Musica” universale, comprensibile anche a chi non ne coglieva il significato letterale.

Come sottolineato durante l’incontro con Marisa Laurito, l’Orchestra Italiana non è stata solo una band, ma una “scuola di pensiero”. Ha insegnato alle nuove generazioni di musicisti napoletani che la tradizione non è una teca da guardare con soggezione, ma un materiale vivo, plastico, che può essere modellato senza perdere la sua anima.

Il segreto del sold out al Trianon sta proprio in questo: Napoli riconosce ad Arbore il merito di averle restituito l’orgoglio della propria musica, portandola in giro per il mondo “a testa alta”.

Durante la serata al Trianon, l’omaggio musicale è passato inevitabilmente per i due “numi tutelari” di Arbore:

Renato Carosone da cui Arbore ha ereditato l’ironia e la capacità di rendere “pop” la tradizione.

Roberto Murolo da cui ha appreso il rispetto quasi religioso per il testo e la melodia pura. L’Orchestra Italiana è stata, di fatto, il ponte che ha permesso a queste eredità di sopravvivere nel nuovo millennio.

L’incontro con il potere e il genio dall’invito a pranzo di Gianni Agnelli alla follia collettiva per il primo scudetto del Napoli, Arbore ha restituito l’immagine di una città capace di unire l’alto e il basso, l’aristocrazia e il popolo.

 La “Napoletanità“come Filosofia di Vita

L’approfondimento della serata ha messo in luce come per Arbore Napoli non sia un set, ma un metodo interpretativo della realtà.

Napoli non si impara, si respira,” sembra suggerire il racconto di Arbore, che ha ricordato con particolare delicatezza il legame con Mariangela  Melato, svelando come la sensibilità napoletana abbia permeato anche i suoi affetti più profondi.

Questo incontro ha confermato che Renzo Arbore resta l’ultimo grande ambasciatore di una Napoli colta, jazz, ironica e mai banale. La sua capacità di mescolare il rigore della ricerca musicale (i video rari mostrati) con la leggerezza dell’aneddoto lo rende un “unicum” nel panorama culturale italiano.

PINO ATTANASIO PRESS

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