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Il Corpo dello spettacolo è “ La Memoria Lacerata di “Aniello Vintitrè” interpretato con maestria dall’attore Sasà Trapanese. Domani domenica 15 marzo alle 18.30 al  CENTRO TEATRO SPAZIO  di  S.Giorgio a Cremano.

Esistono ferite che il tempo non rimargina, ma trasforma in polvere e voce. “Aniello Vintitrè”, l’opera intensa e viscerale scritta e diretta da Salvatore Formisano, appartiene a quella categoria di teatro necessario che non si limita a raccontare una storia, ma scava nel rimosso collettivo per restituire dignità a un’infanzia violata.

Tra l’Incanto dei Bassi e l’Inferno degli Istituti è l’apertura dello spettacolo che inganna i sensi con un’atmosfera quasi fiabesca, un idillio popolare fatto di vicoli umidi e quella “felice povertà” dei bassi napoletani. Ma è un equilibrio fragile, subito incrinato da una minaccia sottile che si fa carne nel racconto di Aniello.

SASA’ TRAPANESE nella foto di Pino Attanasio

Il dramma si consuma nel passaggio traumatico dalla protezione materna un abbandono paradossalmente compiuto per amore, nella speranza di una salvezza  alla fredda brutalità delle mura di un istituto religioso. È qui che Aniello perde il suo nome per diventare un numero, Vintitrè, il segno distintivo di un letto che non è casa, ma trincea.

Il peso di questa memoria è affidato a Sasà Trapanese, che accetta l’onere e l’onore di dare vita a un’anima lacerata. La sua interpretazione è un esercizio di precisione chirurgica ed empatia pura.

La sua voce capace di farsi carezza nel ricordo della madre e pugno nello stomaco quando rievoca la “carità” che nasconde la sopraffazione.

La sua mimica mai ridondante permette a Trapanese di evitare  il patetismo per abbracciare una fisicità sofferta.

In scena, il suo corpo gli permette, attraverso gesti e pause calcolate, di evocare  le suore punitive, i compagni di sventura e Geretiello, l’amico immaginario che resta l’unico custode di un’infanzia negata.

L’aspetto più cruento della drammaturgia di Formisano risiede nello svelamento dell’ipocrisia istituzionale del Novecento. Il trauma di Aniello De Gregorio non è solo fisico, è ontologico ma è la scoperta che il luogo deputato alla cura è, in realtà, il perimetro del maltrattamento.

Il racconto spezzato di Aniello diventa così il grido di una generazione di orfani “invisibili”, le cui vite sono state segnate da una sofferenza che nemmeno la speranza sembra più in grado di riscattare. Lo spettatore viene condotto per mano in questo mondo nascosto, dove il buio dei corridoi dell’orfanotrofio riverbera ancora oggi con una forza che mozza il fiato.


“Non è il pianto a commuovere, ma la dignità di un uomo che, diventando numero, non ha smesso di cercare il proprio nome.”

Pino Attanasio reporter

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