Caldo estremo su colture e lavoratori: Confeuro interviene in Campania

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Dal report Confeuro emerge un Sud pronto a innovare per difendersi dai danni del meteo estremo.

di Loredana Tuccillo

Confeuro, la Confederazione Agricoltori Europei, ha puntato i riflettori sull’importanza del settore agricolo per i giovani, un potenziale enorme che rischia di essere minacciato dall’impatto degli effetti del surriscaldamento globale. Il caldo estremo sulle colture e sui lavoratori, la crisi idrica e i passi lenti della burocrazia frenano gli investimenti e mettono a rischio la sopravvivenza delle PMI agricole nei loro primi anni di vita. Dopo una dettagliata analisi dell’Osservatorio Statistico-Mondo Agricolo pubblicato dall’Inps nel 2025, i dati emersi indicano che il 55% degli under 35 valuta come praticabile un futuro professionale legato alla terra o all’allevamento, mentre l’84% degli intervistati considera oggi gli agricoltori come i veri e propri custodi dell’ambiente e della biodiversità. Nonostante le prolungate ondate di siccità e il caldo torrido, i giovani del Sud mostrano una maggiore apertura verso le innovazioni alimentari radicali, come i novel food e la carne coltivata, cosapevoli del fatto che il clima sta decimando la produzione agricola tradizionale e che la tecnologia può offrire soluzioni integrative vitali. Il presidente nazionale di Confeuro, Andrea Tiso, si è espresso chiaramente sul futuro dell’agricoltura in Campania e sul ricambio generazionale, sottolineando che il problema non è solo economico, ma soprattutto umano e sociale. Partendo dalla superficie agricola utilizzata, la Sau in Campania è diminuita dell’8,3% in dieci anni, tra il 2010 e il 2020, anno del settimo e ultimo censimento generale dell’Agricoltura. Scendendo nello specifico dei territori provinciali, Caserta passa dai 107.359 ettari del 2010 agli 88.638 del 2020, con una variazione negativa del 17,4%; Benevento da 108.420 a 101.989 ettari, con una diminuzione del 5,9%; Avellino va dai 124.617 ai 119.718 ettari, con una variazione negativa del 3,9%; perdita sensibile di Sau anche per Salerno, che passa dai 185.784 ettari del 2010 ai 163.945 del 2020, con un saldo passivo dell’11,8%. In controtendenza Napoli, la cui Sau passa dai 23.088 ettari del 2010 ai 29.289 del 2020, per una variazione positiva del 26,9%. Napoli, però, detiene viceversa il negativo primato regionale della più alta percentuale di aziende agricole perse, il 55%: erano 14.311 nel 2010, appena 6.444 nel 2020. dati Inps dicono per la Campania che nel 2019 le aziende erano 12.185, per scendere a 11.436 nel 2024: oltre 700 aziende in meno in appena un quinquennio”. Tendenza positiva, invece, per il numero di operai agricoli dipendenti, che passa da 67.506 nel 2023 a 68.982 nel 2024: a livello regionale si è quindi verificato un incremento del 2,2%, sulla scia della media nazionale del 2,4. ”Da un lato – spiega Tiso – assistiamo a una progressiva diminuzione del numero di aziende che impiegano operai agricoli dipendenti, segnale delle difficoltà che una parte delle imprese continua a incontrare in un contesto caratterizzato dall’aumento dei costi di produzione, dalla complessità burocratica e dalle incertezze dei mercati. Dall’altro, registriamo una crescita del numero complessivo di lavoratori agricoli dipendenti, elemento che testimonia la capacità del comparto campano di mantenere e creare occupazione. Questi dati sembrano indicare un processo di riorganizzazione del settore, con una maggiore concentrazione dell’occupazione in aziende più grandi. Per comprendere a fondo le criticità che oggi frenano lo sviluppo del settore e delineare le possibili soluzioni, abbiamo approfondito il tema con Andrea Tiso, Presidente Nazionale di Confeuro, il suo intervento mette a fuoco la necessità di un cambio di paradigma: non più una gestione emergenziale, ma una pianificazione strutturale che metta al centro la sicurezza dei lavoratori e la sostenibilità economica delle imprese.

Presidente Tiso, lei ha spesso evidenziato che, sebbene il Mezzogiorno registri segnali positivi, il settore primario soffre per il calo dell’occupazione agricola. Quali interventi strutturali chiede Confeuro al Governo per far sì che il reddito agricolo rimanga dignitoso e attrattivo anche per i giovani e per i lavoratori del Sud, evitando lo spopolamento delle campagne? “I segnali di crescita del Mezzogiorno sono incoraggianti nelle ultime rilevazioni statistiche, ma non bastano i numeri se non si traducono in occupazione stabile e redditi adeguati per chi vive di agricoltura. Il meridione infatti ha una grande e storica vocazione agroalimentare e, per Confeuro, è necessario un piano strutturale che punti anche e sopratutto su una giusta remunerazione del lavoro agricolo, sul contrasto alle pratiche commerciali sleali e sulla tutela del valore delle produzioni. Servono inoltre investimenti in innovazione, infrastrutture, gestione della risorsa idrica e accesso al credito, insieme a un forte sostegno al ricambio generazionale, che rappresenta senza dubbio il futuro del comparto. I giovani devono poter vedere nell’agricoltura un’opportunità concreta di impresa, non un settore precario. Il Mezzogiorno possiede straordinarie potenzialità, ma per valorizzarle occorre una strategia condivisa che metta al centro le piccole e medie aziende agricole, custodi del territorio, della qualità agroalimentare e della coesione sociale delle aree interne”.

Quali misure legislative o accordi di filiera urgenti servono, secondo Confeuro, per riequilibrare garantire che il valore economico resti nelle mani di chi coltiva la terra, anziché concentrarsi nelle grandi centrali d’acquisto “Sul tema c’è ancora molto da fare a livello istituzionale e legislativo. È necessario avviare, in particolare, un percorso strutturale e condiviso capace di garantire il pieno rispetto del principio di equa distribuzione del valore lungo tutta la filiera agroalimentare, tutelando in particolare il ruolo e la sostenibilità economica dei piccoli e medi produttori agricoli. Come Confeuro riteniamo fondamentale e improcrastinabile introdurre nuove forme di trasparenza a beneficio dei consumatori e degli stessi agricoltori. Ad esempio, pensiamo all’inserimento nelle etichette dei prodotti della percentuale del prezzo finale pagato dal consumatore che viene effettivamente riconosciuta al produttore agricolo. Sarebbe una misura di grande civiltà economica e trasparenza, capace di rendere più consapevoli i cittadini e di valorizzare concretamente il lavoro delle imprese agricole. Occorre rafforzare il legame di fiducia tra produzione e consumo, promuovendo modelli di mercato più equi, sostenibili e rispettosi del lavoro agricolo, vero presidio economico e sociale dei territori. E ancora: sul piano legislativo chiediamo di rafforzare e rendere più efficaci le norme contro le pratiche commerciali sleali, come vendite sottocosto, ritardi nei pagamenti e modifiche unilaterali dei contratti. È fondamentale anche aumentare la trasparenza dei prezzi lungo la filiera e potenziare i controlli antitrust per limitare il potere delle grandi centrali d’acquisto. Mentre, sul fronte degli accordi di filiera, l’obiettivo è introdurre contratti più equi e stabili, con prezzi legati ai reali costi di produzione, e promuovere filiere corte e accordi territoriali che riducano gli intermediari. Infine, suggeriamo incentivi pubblici per vendita diretta e politiche della PAC orientate a una più equa distribuzione del valore”.

Lei spesso ha ribadito che il futuro dell’agricoltura italiana, dipende dal ricambio generazionale. In che modo si possono sostenere le PMI agricole, e non rischiare la chiusura delle stesse dopo pochi anni? “Il futuro dell’agricoltura italiana, come detto poc’anzi, dipende dal ricambio generazionale e dalla capacità di sostenere le PMI agricole nei primi anni di attività, che sono i più critici. Secondo Confeuro, è necessario agire su più fronti. In primo luogo servono incentivi economici più stabili per i giovani agricoltori, non solo in fase di avvio ma anche nei primi 5-7 anni, quando le aziende sono ancora fragili. Fondamentale è l’accesso agevolato al credito, con garanzie pubbliche e tassi sostenibili, per investimenti in innovazione, macchinari e sostenibilità. Un altro punto chiave è la semplificazione burocratica, che oggi rappresenta un forte ostacolo soprattutto per le piccole imprese. Occorre poi rafforzare la formazione tecnica e manageriale, per aiutare i giovani a gestire l’azienda non solo dal punto di vista produttivo ma anche commerciale. Importante anche favorire l’accesso alla terra, contrastando l’abbandono dei terreni e incentivando l’affitto o il ricambio generazionale nelle aziende familiari. Infine, politiche di filiera più eque e implementazione degli strumenti per la vendita diretta possono aumentare la redditività, riducendo il rischio di chiusura nei primi anni di attività”.

Recentemente si è parlato di ecosostenibilità e del riutilizzo dell’acqua piovana per sopperire alla crisi climatica e alla criticità dell’acqua. Quali strumenti normativi e incentivi economici ritiene che le istituzioni debbano adottare? “Per affrontare efficacemente la crisi idrica e climatica in atto è indispensabile promuovere un’azione coordinata tra Governo, Regioni, Comuni e tutti gli enti competenti, attraverso un quadro normativo chiaro e strumenti di incentivazione economica mirati. È necessario rafforzare la sinergia e la leale collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, superando logiche di frammentazione che ne compromettono l’efficacia. Solo un approccio unitario e condiviso può garantire interventi strutturali, evitando che iniziative potenzialmente strategiche si traducano in azioni isolate, frammentarie o prive della necessaria incisività. Specificatamente al fronte agricolo, a nostro giudizio, vanno incentivati sistemi di irrigazione di precisione, bacini di accumulo aziendali e reti consortili per il recupero e il riuso delle acque meteoriche e depurate. Governo e Regioni dovrebbero introdurre maggiori contributi a fondo perduto e crediti d’imposta per le PMI agricole che investono in tecnologie di risparmio idrico. Un ruolo chiave lo hanno anche i Comuni, che possono prevedere riduzioni degli oneri urbanistici per chi adotta soluzioni green. Infine, serve una semplificazione autorizzativa per la realizzazione di invasi e sistemi di raccolta, oggi spesso rallentati dalla burocrazia, per rendere questi interventi davvero accessibili e diffusi”.

Già nel 2023, Roberto Morabito, Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA, aveva affrontato il problema “scarsità idrica”, un allarme che è rimasto purtroppo inascoltato dal governo. Perché, a livello politico e ministeriale, si continua a sottovalutare la gravità della crisi idrica, trattandola ancora come un’emergenza temporanea anziché come un problema strutturale? “La tendenza a sottovalutare la crisi idrica dipende da diversi fattori politici e istituzionali. Da un lato, la gestione dell’acqua è spesso affrontata in modo emergenziale, soprattutto nei periodi di siccità o in caso di fenomeni estremi, senza una pianificazione di lungo periodo sugli investimenti infrastrutturali. Dall’altro, potrebbe pesare la frammentazione delle competenze tra Stato, Regioni ed enti locali, rallentando in tal modo decisioni e interventi coordinati. Un grave errore in un momento storico delicato e complesso per il nostro paese, dove la scarsità idrica sta diventando appunto un fenomeno strutturale legato al cambiamento climatico e non più episodico. Anche secondo Confeuro, dunque, mancano una strategia nazionale stabile e investimenti continuativi su reti idriche, invasi e riuso delle acque. Inoltre, l’orizzonte politico breve porta a privilegiare misure immediate rispetto a riforme complesse ma necessarie. Bisogna invertire la rotta”.

All’estero, molti Stati stranieri dimostrano che immaginare e realizzare uno Stato davvero ecosostenibile è possibile, grazie a norme rigorose sul riuso idrico. Attuarlo da noi è possibile o rimane un’utopia? “Non è un’utopia, ma una scelta di volontà politica e di capacità amministrativa. Diversi Paesi dimostrano che una gestione sostenibile dell’acqua è già realtà: riuso delle acque reflue, raccolta diffusa dell’acqua piovana, reti efficienti e riduzione drastica delle perdite. Questo conferma che gli strumenti tecnici ed economici esistono già, il punto è applicarli in modo sistemico. In Italia la transizione è ancora possibile, ma richiede un cambio di approccio: da una gestione emergenziale a una pianificazione strutturale. Bisogna fare presto, però. Servono investimenti continuativi in infrastrutture idriche, innovazione e manutenzione delle reti, insieme a norme chiare e uniformi su tutto il territorio nazionale. Fondamentale anche il ruolo delle istituzioni locali e delle imprese agricole, che devono essere messe nelle condizioni di investire in tecnologie di risparmio e riuso dell’acqua. Come sottolineato più volte dalla nostra Confederazione, il limite non è tecnico ma politico: con regole stabili, incentivi adeguati e una visione di lungo periodo, un modello ecosostenibile è assolutamente realizzabile pure sul nostro territorio nazionale”.

Ringraziamo il Presidente nazionale di Confeuro, Andrea Tiso, per la disponibilità dimostrata.