LA MADONNA GRECA, “Maria Theotòkos”.

Campania Felix

02/06/2019

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ATENE- (Anna Smimmo)- La nascita della Grecia cristiana si può far risalire alla perfetta fusione del cristianesimo con la componente politica romana e quella culturale ellenistica operata da Costantino (307-337). Fu lui a convocare il primo concilio ecumenico – quello di Nicea del 325, che sancì la condanna dell’arianesimo – e a trasferire la capitale a Costantinopoli (330). Un grande e immediato sviluppo del culto della Vergine nell’Oriente greco e poi anche in Occidente fece seguito al concilio di Efeso (431), che si celebrò in una chiesa mariana e che ebbe come suo motto emblematico «Maria Theotòkos» (Maria genitrice di Dio): praticamente tutte le feste mariane e i tipi iconografici fino al Medioevo avanzato provennero dall’Oriente e da Bisanzio in particolare.

Molti templi pagani dell’antica Grecia vennero trasformati in chiese cristiane e spesso dedicate alla Vergine. Ad Atene, centro culturale prestigioso e ancora animato da pensiero pagano, il celebre Partenone, tempio di Atena, dea della sapienza, nel 432 venne dedicato alla Santa Sapienza (“Aghia Sofia”: il Verbo, Cristo), apportandovi solo delle lievi modifiche all’interno. Tuttavia il culto mariano vi divenne prevalente e nel 662 si ebbe una nuova dedicazione: la Vergine era invocata nel tempio come “Panaghia Ateniotissa” (la Tuttasanta di Atene): in pratica il culto a Maria venne a rimpiazzare quello ad Atena. Il termine “Tuttasanta” (“Panaghia”), è quello corrente in Grecia per indicare e invocare Maria e corrisponde in pratica al nostro “Madonna”.

Durante gli oltre mille anni di vita dell’impero romano d’Oriente, la Grecia propriamente detta perse quasi del tutto la sua importanza politica e culturale, il centro dell’impero divenne Bisanzio, l’odierna Istanbul,  fonte inesauribile di cultura e fondamentale centro di diffusione del culto mariano. Costantinopoli nel corso della sua lunga storia subì ben trenta assedi, ma cadde solo due volte. Resistette tante volte ai nemici, grazie alla saldezza delle mura e al famoso “fuoco greco”, una miscela incendiaria rimasta a lungo segreta, ma, secondo gli abitanti della città, grazie anche alla costante protezione della Vergine.

Costantinopoli, che stando all’ammirata testimonianza dei viaggiatori e mercanti medioevali «aveva più chiese che i giorni dell’anno», ne contava almeno settanta dedicate alla Vergine. Di queste chiese, quattro, e tutte risalenti al V secolo, ebbero un’importanza eccezionale, non solo dal punto di vista della devozione, ma anche dell’arte, della liturgia e della stessa storia: Blakernes, la Kalkopratia, l’Odigitria e la Fonte di Vita.

La chiesa più celebre era Blakernes, posta ad angolo fra l’insenatura del porto (il Corno d’Oro) e le mura.In essa si conservava una celebre reliquia mariana , la “veste” della Vergine, trafugata dalla Terra Santa nel 471. All’intercessione della “Blakerniotissa” (Beata Vergine di Blakernes) si attribuiva la salvezza dai tantissimi pericoli corsi dalla città e dall’impero, tanto che ella era invocata come “Stratega Protettrice”, una specie di giudice dei soldati per difendere la patria.

Nella chiesa della Kalkopratia si venerava un’altra celebre reliquia, il “cinto” della Vergine. L’Odigitria invece aveva al centro del culto l’icona omonima. Divenne famosa perché attribuita a San Luca. Tutte le Odigitrie che si venerano sia in Oriente che in Occidente hanno quest’immagine come prototipo; da essa derivano anche tutte le tradizioni che attribuiscono al terzo evangelista le immagini venerate in tanti santuari. Il quarto santuario, Maria Fonte di Vita, è l’unico tuttora esistente; ha come centro di culto una fonte sacra. In tutto l’Oriente e nello stesso Occidente sono sorti numerosissimi santuari con la stessa denominazione di quelle di Costantinopoli.

A questo inizio così trionfale del culto mariano seguì la violenta bufera dell’iconoclastia o lotta contro le immagini, divampata tra il 726 e l’843, anno in cui l’imperatrice Teodora, convocò un concilio a Costantinopoli e ristabilì ufficialmente il culto delle immagini.

In tale periodo invano si opposero all’imperatore l’ultimo dei padri della Chiesa, san Giovanni Damasceno, il papa di Roma e i monaci: molti di questi ultimi subirono il martirio.

La maggior parte delle immagini (icone portatili, affreschi e mosaici) furono distrutte inesorabilmente, con un danno enorme non solo per la devozione, ma anche per la cultura, e con la perdita di moltissime opere del periodo più fiorente dell’arte bizantina. Alcune immagini si salvarono in circostanze più o meno fortunose o anche prodigiose, dando così origine ad una serie ricca di leggende, fra le quali è molto difficile orientarsi. In seguito la produzione delle immagini riprese con nuovo vigore. Lo stile tuttavia si modificò sensibilmente; si fece severo e in qualche modo anche ripetitivo. La sontuosità delle opere dei secoli precedenti cedette il passo ad una composta semplicità.

Dopo la crisi iconoclasta cominciò l’ascesa del monte Athos, ribattezzato come “Santa montagna” cuore spirituale, culturale e artistico di tutto l’Oriente ortodosso, a partire dal mille fino a tutt’oggi.

Il Monte Athos ha tutta una serie di santuari, per cui è chiamato i “Giardini di Maria”. Situato su una piccola e suggestiva penisola delle Cicladi, tutta foreste e scogliere a picco sul mare, è popolato a partire dai secoli VI-VII esclusivamente da monaci, i quali raggiunsero, nel 1400, il numero di 40 mila. Oggi sono circa 1200 e vivono in venti monasteri, in eremi e celle, seguendo speciali leggi e tradizioni. La loro devozione è molto viva e viene espressa nella preghiera liturgica con lunghe ufficiature, con la recita dell’inno Acatisto, con processioni dietro icone mariane e con pellegrinaggi da una comunità all’altra, in date stabilite, per venerare particolari immagini della Vergine. Inoltre essi fanno a gara per dipingere icone mariane dai titoli più diversi: Kyriotissa (la Sovrana), Nicopéia (la Vittoriosa), Odigitria (la Indicante la via per Cristo), Eleùsa (la Tenerezza), Basilissa (la Regina), Platìtera (la più ampia dei cieli), ecc., per diffondere poi nel mondo e soprattutto tra i loro ospiti.

In ogni monastero vi è quindi abbondanza di icone mariane, che sono considerate dai monaci segno vi­sibile del mondo spirituale, ma ve n’è più di una che è venerata in modo speciale da tutti. La Panaghia Tricherousa, la “Madonna delle tre mani”, è una delle più celebri per la presenza in basso di un ex voto a forma di mano e perché, secondo la tradizione, fu fatta dipingere da S. Giovanni Damasceno in ringraziamento alla Vergine per avergli miracolosamente riattaccato la mano destra fattagli tagliare da un califfo iconoclasta. L’Axion Estin (“E’ degno”) -nome derivato dalle prime parole di una preghiera rivolta alla Vergine e insegnata a un monaco da un angelo -è un’icona considerata la patrona dell’Athos. La Gorgoepikoos è la Vergine “Pronta all’ascolto”, venerata nel monastero di Dochiariu, mentre in quello di Gregoriou è custodita la Galactotrofusa, cioè la Vergine nell’atteggiamento di nutrire col suo latte il Bambino Gesù. Nella piccola cappella del monastero di Vatopädi, dove i monaci sono soliti emettere i loro voti, è dipinta la Panaghia Paramythia, l’Avvocata o la Vergine del conforto, alla quale è legata una singolare leggenda. 

Un luogo mariano molto simile al Monte Athos è costituito dalle Meteore, monasteri appollaiati in cima a rocce che si elevano perpendicolari dalla pianura della Tessaglia. I monaci incominciarono a dimorarvi dall’XI secolo e raggiunsero il massimo sviluppo con venti-trenta monasteri nel secolo XIV, mentre oggi se ne contano solo sei. La lode alla Madre di Dio è quotidiana sia privata che nelle lunghe ufficiature liturgiche in comune, e l’arte pittorica la riflette nelle icone, negli affreschi, in miniature e in ricami su paramenti sacerdotali. Tra le icone più venerate figurano la Madonna delle lacrime del secolo XIV nel monastero della Grande Meteora e la Vergine in trono del secolo XVI nella chiesa del monastero di Barlaam . 

Alla dissoluzione dell’impero latino d’Oriente (1261) fece seguito un periodo di guerre civili che indebolirono l’impero d’Oriente favorendo l’avanzata ottomana. Il 29 maggio 1453, le truppe di Maometto II presero d’assalto Costantinopoli, e successivamente la saccheggiarono facendo strage degli abitanti. Nei giorni precedenti si erano avute solenni processioni penitenziali recanti per le vie della città l’icona dell’Odigitria, ma l’ora di Costantinopoli era segnata. Comunque i turchi si affrettarono a profanare e distruggere l’icona, quasi a voler annientare, con tale gesto, la speranza dal cuore dei fedeli superstiti. Le chiese della città, divenuta capitale dell’impero turco, vennero quasi tutte trasformate in moschee o distrutte. Ma il culto mariano rimase particolarmente sviluppato fra i marinai delle isole dell’Egeo, i quali erano spesso protagonisti di trafugamenti di immagini o di loro salvataggi davanti all’avanzata dei turchi. Molto venerata fra di loro era l’icona “Kardiotissa”, avente per prototipo la Madonna del perpetuo soccorso, situata nella chiesa di Sant’Alfonso de’ Liguori a Roma.

I marinai invocavano la Vergine attribuendole appellativi curiosi e suggestivi che ricordavano un po’ tutti gli aspetti della vita di mare: lei era “Colei che tiene saldo l’albero”, la “Marinara”, la “Capitana”, “Colei che lotta contro le onde”, ecc. Il santuario greco più celebre del periodo turco era quello di Sifronos, un’isola delle Cicladi; esso, prima dell’ascesa di Tinos, rappresentava in qualche modo il santuario mariano nazionale.

La lotta per l’indipendenza della Grecia, iniziata nel 1821 e protrattasi per vari anni fra alterne vicende, fu indissolubilmente legata ad alcuni aspetti del culto mariano, anche per quell’inestricabile intreccio di religione e politica che è caratteristico della cristianità orientale.

I rivoluzionari si legarono con giuramento in un santuario mariano del Peloponneso (Aghia Lavra); molti di loro fecero e mantennero poi dei voti in onore della “Tuttasanta”; inoltre fu scelto proprio il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, come ricorrenza nazionale. Grande risonanza ebbe poi il rinvenimento dell’icona di Tinos, avvenuta nel 1824, proprio nel pieno della lotta contro i turchi; ne sorse un santuario che divenne ben presto il più frequentato della nazione.

 

-MADONNA GRECA NELL’ARTE di BELLINI

La Madonna greca viene raffigurata in un dipinto tempera su tela (82×62 cm) di Giovanni Bellini databile al 14601470 circa e conservata nella Pinacoteca di Brere a Milano.

Non c’è allineamento tra gli storici dell’arte nella datazione della cosiddetta Madonna greca (dai monogrammi in lettere greche scritti ai lati dell’immagine): alcuni la datano ai primi lavori dell’artista, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anno sessanta, altri a una fase successiva alla Pietà, negli anni settanta, quando si avviava a manifestare il distacco dall’esempio di Andrea Mantegna.

L’opera si trovava nell’ufficio dei Regulatori di Scrittura a palazzo ducale a Venezia quando venne requisita durante le soppressioni napoleoniche e destinata subito alla nascente pinacoteca milanese.

Maria sorregge saldamente tra le mani il Bambino, il quale si appoggia al bordo inferiore della cornice dipinta, oltre la quale sporgono invece alcuni lembi della veste di Maria. Gesù ha in mano una mela dorata, forse un richiamo alla leggenda di Paride ed a Maria-nuova Venere. L’aspetto generale dell’opera rimanda alla fissità iconica alle icone bizantine, ravvivate dai dolci gesti che legano madre e figlio vivificandone le figure. Pellizzari aveva addirittura ipotizzato che l’opera avesse avuto originariamente un fondo oro, ma ciò è stato smentito dal restauro del 1986. In quell’occasione si è anche scoperto che i frammenti d’oro vicino alle lettere greche sono un’aggiunta cinquecentesca, mentre lo sfondo originario era una tenda retta da una cordicella oltre la quale si intravede un cielo blu.

Gli sguardi dei protagonisti, come di consueto in questo tema, non si incontrano, ma la familiarità è resa dall’intrecciarsi delle mani, che crea un tenero abbraccio della madre verso il figlio. L’espressione è però pensosa e malinconica, perché ricorda la consapevolezza della futura sorte tragica di Gesù, destinato alla passione.

Da un punto di vista tecnico, la tavola venne preparata come da tradizione con gesso e colla, sui quali il pittore fece un disegno preparatorio dove è tracciato con estrema precisione anche il chiaroscuro con sottili trattini incrociati molto regolari, visibili all’infrarosso. Si tratta di un modo di disegnare tipico di Bellini, che venne descritto anche nel Dialogo di pittura di Paolo Pino (1548).

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