di Giuseppe Tolvo. La strepitosa cavalcata del Napoli nella più importante e prestigiosa competizione europea arriva al capolinea grazie al Milan, squadra mediocre, inconsistente (ma blasonata!) che in campionato viaggia a distanza siderale dalla capolista: venti punti di distacco, netti, chiari, meritati ed inconvertibili. Allora i meno avvezzi alle dinamiche di questo calcio si chiederanno: “Come diavolo è potuto succedere?”. I più ingenui e romantici tireranno fuori i vecchi “adagi” legati ai miti della “palla rotonda”, del fato, della dea bendata ed altre simili facezie. No, non è affatto così! Nulla è casuale in un mondo dove girano tanti soldi, in un mondo spietato che vede, come in tanti altri campi della vita, regnare incontrastata “la legge del più forte”, le regole non scritte della ferale vendetta per chi lascia il cammino maestro e vuole ribellarsi alle regole fissate da chi conta e da chi “dirige la barca”. Forse a qualcuno, forse a molti, ma di certo non a certi influenti personaggi, è sfuggita l’intervista rilasciata dal Patron del Napoli Aurelio De Laurentiis prima della partita degli ottavi di finale di Champions League Napoli – Eintracht Francoforte. Le dichiarazioni del Presidente del Napoli, come spesso accade, furono “di fuoco” sia contro il modello organizzativo della competizione, sia contro la gestione economica dei proventi provenienti principalmente dai diritti televisivi e dagli sponsor. Tra le proposte “provocatorie”, la riduzione dei principali campionati europei (Inghilterra, Germania, Spagna, Francia ed Italia) a sedici squadre per limitare il numero di incontri “nazionali” e, parallelamente, la creazione di un campionato europeo per club da disputarsi infrasettimanalmente. Tutte rivoluzioni, a detta del Presidente, in grado di portare all’organizzazione un incremento milionario degli introiti ed una maggiore spettacolarizzazione del fenomeno calcio. Sicuramente, nelle alte sfere delle potenti organizzazioni sovranazionali qualcuno avrà pensato: “Come si permette questo “parvenu” di mettere bocca e sentenziare in un contesto consolidato da antiche ed inamovibili gerarchie? Con quale arroganza il titolare di un club di secondo rango ritiene di intervenire e proporre vere e proprie rivoluzioni?”. Ancora una volta l’istintivo De Laurentiis ha sbagliato tempi e modi di intervento. Purtroppo è capitato spesso, troppo spesso, e non a caso tra i tifosi azzurri si preferisce un Presidente silente in luogo di quello furente che parla d’istinto e con troppa franchezza. Non è la prima volta, ahimè non sarà certo l’ultima… Eppure non mancano i precedenti illustri. Tutti hanno scolpiti nella memoria gli attacchi ai poteri forti di altri personaggi; in primis l’inarrivabile Diego Armando Maradona che tuonava contro Blatter e la sua truffaldina gestione della FIFA, ma poi anche altri come il “Comandante” Sarri e le sue marce fino al Palazzo, Galeone, l’allora Patron del Catania Calcio Massimino e tanti altri ancora. Torniamo, per concludere, aivergognosi accadimenti del 12 e 18 aprile. Due designazioni e due arbitraggi che, volendo essere leggeri, potremmo definire scarsi o inadeguati. Tuttavia, stiamo parlando della massima competizione europea e di due arbitri, sulla carta, di assoluta affidabilità. Allora diventa difficile pensare al “caso”, a due “casi” e ritenere che il rumeno Kovacs ed il polacco Marciniak (nonché i collaboratori deputati alla VAR) siano incappati in una brutta serata, in due brutte serate! Come diceva un noto politico della prima repubblica, “A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina!” e a noi, purtroppo, viene da pensare male! Com’è possibile avere tanta sfortuna? Ma forse non è di sfortuna che bisogna parlare, ma di un vero e proprio complotto ordito scientificamente ai danni del Napoli, anche forse per punire chi pensa di poter cambiare regole e gerarchie fissate da anni di indiscusso predominio. Incomprensibili cambi nello stile di direzione nell’arco della partita; ammonizioni che, guarda caso, piovono sui migliori giocatori azzurri e su quelli già in diffida e quindi squalificabili; ammonizioni omesse a fronte di violazioni della condotta di gioco chiaramente condannate con il cartellino giallo dai regolamenti (la bandierina distrutta da Leao); libertà nel “picchiare” in modo mirato e sistematico alcuni giocatori senza incorrere nei necessari provvedimenti disciplinari; rigori eclatanti, confermati anche dalle riprese televisive, ma negati sia dall’arbitro, sia dalla VAR; i dubbi che si fanno “capi di accusa” sono praticamente innumerabili! Non è la prima volta che accade. Tutti ricordiamo Napoli – Dnipro di Europa League 2014/15 con il gol in fuori gioco degli ucraini scandalosamente convalidato o anche la mitica semifinale di Coppa delle Coppe 1977 quando, nella gara contro i belgi dell’Anderlecht, avemmo la sfortuna di incappare nell’inglese Matthewson, birraio di professione e assoluto talento nella mistificazione e nella truffa (gol regolare annullato a Speggiorin e sequela di torti ai danni degli Azzurri). Allora come oggi i poter forti la fanno da padroni, sia in campo nazionale, sia in campo internazionale e questo in barba ai veri valori dimostrati sul campo. Nelle due partite del 12 e 18 aprile, il Napoli si è dimostrato assolutamente superiore ai rossoneri ed è assoluta ed inconfutabile verità che i risultati non sono scaturiti unicamente da situazioni di gioco. Capita, ed è spesso il “bello del calcio”, che una squadra prevalga per situazioni occasionali che determinano l’esito della gara, ma in questa occasione non sono state le situazioni di gioco, i gol fortunati, l’errore di una difesa o la bravura di un portiere a determinare l’esito finale, ma piuttosto le maldestre interpretazioni dei regolamenti, le “sviste”, le decisioni repentine ed umorali dei rispettivi direttori di gara, diversi nella nazionalità ma tanto simili nel defraudare il Napoli di un passaggio in semifinale che certamente avrebbe meritato. Parafrasando l’incipit di un personaggio del film Mediterraneo (Premio Oscar come Miglior Film Straniero 1992): Rumeni e Polacchi, una faccia, una razza…
La Champions League del Napoli, un vergognoso epilogo dalle radici profonde
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