di Martina Carraturo
Il calo dei lettori tra le nuove generazioni è spesso argomento di dibattito, quasi
sempre ridotto alla frase: “i giovani non leggono più”, attribuendo a loro la colpa
di ciò. La realtà, forse, è un po’ diversa.
La scomodità del formato
Il giornale, nel formato “lenzuolo” che conosciamo oggi, si consolida tra la fine
del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, destinato ad un pubblico d’élite, uno
strumento pensato per la classe dirigente e alfabetizzata, dunque la classe
borghese che aveva il tempo e lo spazio fisico per sedersi e leggerlo con calma.
Leggere il giornale era un rito sedentario, richiedeva silenzio e dedizione, una
ruotine molto più lontana dalla forma che la vita ci offre oggi.
Parlando con alcuni coetanei vent’enni, universitari napoletani, e chiedendo
loro il motivo per il quale non abbiano mai letto un giornale, sono emersi diversi
problemi: primo fra tutti è il formato. Chiedere ad una generazione lontana tre
secoli dalla creazione del prodotto di leggere quest’ultimo e farlo diventare
un’abitudine è uno sforzo non indifferente. I prodotti nascono da un’esigenza, da
un pubblico che ha bisogno di un prodotto con determinate caratteristiche
perché conduce un determinato stile di vita; e come possiamo, oggi,
sorprenderci se un bisogno di tre secoli fa non coincide più con il nostro?
Tuttavia, il problema non è solo il formato. Il giornale dovrebbe avere una
matrice informatrice, un cittadino dovrebbe leggerlo per avere delle informazioni
sulla vita che lo circonda. Quindi se non leggo il giornale non sono informata?
Qui si sviluppa il secondo problema.
La creazione di nuovi spazi di comunicazione
Con l’avvento dei social e delle piattaforme web, l’informazione si muove
sempre in spazi diversi alla ricerca di pubblico, plasmandosi e adattandosi ad
ogni contesto. Instagram, i video-approfondimenti su TikTok, i podcast o le
newsletter sono diventati i veri luoghi di primo accesso all’attualità. Questo lo
dobbiamo proprio a quello stile di vita che abbiamo citato prima. Mi sveglio, mi alzo
e la prima cosa che faccio è accendere il telefono, è un rito quasi
fisiologico, una routine costruita su una vita che corre e sembra che non ti
aspetti mai. Sul display sei subito inondato di notizie di ogni genere. Qualcuno
può pensare che a questo punto il problema di informarsi sia risolto, ma non è
così, al contrario. Non è importante “informarsi” in generale, è importante avere
cura nella scelta di dove farlo ma in una routine che mi propone tutto subito,
questo diventa il vero atto rivoluzionario.
E quindi di chi è la colpa?
C’è un evidente problema di linguaggio e di offerta: per troppo tempo l’editoria
ha faticato a rinnovarsi, trovando nel linguaggio accademico e nelle pagine
monumentali, l’unico degno strumento per l’informazione. Ma quando un mezzo
di informazione smette di parlare la lingua del proprio pubblico e non risponde
più alle domande del presente, perde inevitabilmente di valore e legittimità,
trovandosi dequalificato nonostante abbia eseguito il modo impeccabile il suo
lavoro.
La transizione dalla carta al feed non deve necessariamente essere una
condanna o un declassamento alla superficialità. La sfida è capire come portare
la qualità, l’inchiesta e la verifica delle fonti esattamente nei luoghi che i giovani
scelgono di abitare, eliminando la speranza che un vent’enne possa scegliere di
indossare un abito del Settecento!
