di Loredana Tuccillo

Giovedì 16 luglio alle ore 17:30 presso la sede del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II a Portici, si terrà la riunione di pubblico accertamento nel corso della quale, in presenza di due funzionari del Masaf nello specifico della direzione PQAI, verrà letta la proposta di includere l’albicocca Pellecchiella dei Paesi vesuviani, come prodotto IGP. In questa sede, gli ispettori ministeriali esamineranno il disciplinare insieme ai produttori, ai rappresentanti della Regione Campania e alle associazioni di categoria, e in seguito raccoglieranno eventuali osservazioni che serviranno a blindare il testo prima del suo invio definitivo a Bruxelles per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Il traguardo di oggi è la fine di un’attesa durata almeno vent’anni, un obiettivo che associazioni di categoria, produttori locali e comitati promotori si erano prefissati da molto tempo. Un iter burocratico lungo anni sembra essersi sbloccato e la richiesta da parte della Regione Campania e la convocazione di una riunione segnano il traguardo raggiunto di un intero territorio che aspetta questo riconoscimento da una generazione. L’ottenimento dell’IGP non è solo una medaglia al valore gastronomico, ma uno scudo economico indispensabile, in quanto la Pellecchiella si distingue nettamente sul mercato per la polpa compatta, la spiccata dolcezza e una caratteristica buccia aranciata che sfuma nel rosa. Raccolta rigorosamente a mano per non danneggiare la sua natura delicata, è il frutto più ricercato non solo per il consumo fresco, ma anche dall’industria dolciaria e dalle confetture artigianali d’eccellenza, grazie al suo naturale equilibrio zuccherino che richiede pochissimi additivi esterni. L’area vulcanica protetta, che abbraccia comuni storici come Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Terzigno e Ottaviano, è una delle zone a più alta densità frutticola d’Europa. Il terreno, ricchissimo di minerali e potassio grazie alle antiche sedimentazioni del vulcano, conferisce ai frutti proprietà organolettiche irripetibili altrove. Con l’arrivo del marchio europeo, i produttori vesuviani potranno finalmente difendere le proprie quote di mercato dalle imitazioni valorizzando un lavoro che si tramanda di generazione in generazione. Già nel 1845, gli storici Guglielmo Gasparrini e Achille Bruni, nel loro “Breve ragguaglio dell’agricoltura e pastorizia del Regno di Napoli di qua del Faro”, descrivevano l’albicocco come: «l’albero fruttifero più abbondevole presso Napoli, soprattutto nei contorni del Vesuvio, dove viene meglio che altrove; e più maniere se ne contano differenti nelle frutta, le quali nel nostro dialetto son chiamate crisommole». Il più importante ricercatore del secolo scorso sull’albicocco nell’Italia meridionale è stato certamente il prof. Domenico Casella, che ha fornito nel secolo scorso la prova scientifica e l’anagrafe botanica di questo frutto. Casella fu il primo a mappare sistematicamente la straordinaria biodiversità delle albicocche vesuviane, intuendo che il terreno vulcanico conferiva loro caratteristiche uniche e non replicabili altrove. Dopo vent’anni di promesse, l’oro dolce del Vesuvio è pronto a prendersi il posto che merita nell’albo delle eccellenze comunitarie.
