Approvate le modifiche alla legge n. 157/1992: ampliati i territori venatori e depotenziato l’Ispra. Protestano gli ambientalisti, mentre resta l’incognita delle sanzioni dall’Unione Europea
di Loredana Tuccillo

Il Senato ha approvato, con 80 voti favorevoli, il disegno di legge n. 1552, firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan, che novella la legge 11 febbraio 1992, n.157. Il provvedimento, composto da 21 articoli, si sposta ora alla Camera dei deputati per l’esame definitivo. La riforma intende ridefinire il delicato equilibrio tra la protezione della natura e le attività umane, introducendo una maggiore flessibilità nell’esercizio venatorio e l’ampliamento delle competenze regionali. Le recenti discussioni legate alla riforma della legge quadro sulla caccia stanno riaccendendo il confronto tra associazioni di categoria, mondo ambientalista e istituzioni. Al centro della questione c’è una proposta chiara: ampliare le giornate di caccia ed estendere i periodi di prelievo per diverse specie animali. Ma cosa prevede esattamente questo cambio di rotta e quali sono le posizioni in campo? La possibilità di concedere più giornate fruibili durante la settimana o la stagione e l’estensione delle date di chiusura della caccia per determinate specie di volatili e ungulati preoccupa non poco le associazioni ambientaliste, tra cui WWF, Legambiente e CAI Abruzzo che hanno espresso forte preoccupazione per le conseguenze dell’ampliamento. Le associazioni criticano il fatto che aumentando le giornate di sparo si rischia di disturbare la fauna protetta, specie nelle aree limitrofe ai Parchi e alle riserve naturali d’Abruzzo e affermano che la presenza prolungata di attività venatoria nei boschi e nei territori demaniali riduce la sicurezza e la tranquillità per escursionisti, turisti e residenti. Sul fronte tecnologico e dei mezzi consentiti, il d.d.l. autorizza l’impiego di strumenti ottici e optoelettronici, inclusi quelli per la visione notturna, a condizione che non costituiscano materiale di armamento ai sensi dell’art. 2 della legge 185/1990 bensì solamente per la caccia di selezione agli ungulati (art. 8, nuovo comma 6-bis). Inoltre, cade un principio cardine per la proprietà privata: i titolari dei terreni non potranno più vietare l’accesso ai cacciatori nei propri fondi per motivi esclusivamente etici. La questione non tocca soltanto la gestione della fauna, ma va a scalfire uno dei nodi storici più controversi del nostro ordinamento: il rapporto tra caccia e proprietà privata.In Italia, in base all’articolo 842 del Codice Civile, i cacciatori possono accedere ai terreni di privati cittadini anche senza il loro previo consenso. Un contrasto giurisprudenziale e politico destinato a far discutere a lungo sia a livello nazionale che locale considerato che da un lato le riforme spingono per dare ancora più libertà di passaggio ai cacciatori; dall’altro la giustizia amministrativa inizia a riconoscere il diritto dei proprietari di dire “no alla caccia nei miei campi” anche per motivi puramente etici. Nascono polemiche anche riguardo alcune specie che erano considerate protette fino a poco tempo fa come ad esempio il lupo, questo potrebbe aprire la strada a possibili piani di controllo e abbattimento locali. Sul versante istituzionale l’articolato prevede un ridimensionamento del ruolo dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): le Regioni potranno discostarsi dai pareri scientifici dell’Istituto sui calendari venatori, a condizione che adducano motivazioni fondate su fonti scientifiche indicate dalla Commissione europea.
Ciò può consentire alle amministrazioni regionali di estendere le stagioni di caccia, anche in prossimità dei periodi di nidificazione e migrazione degli uccelli. La riforma conferma, ulteriormente, una quota compresa tra il 20% e il 30% del territorio agro-silvo-pastorale da destinare alla protezione della fauna.Il dibattito si gioca in modo acceso anche sul fronte delle regole; Se da una parte i sostenitori del ddl difendono l’intervento normativo mettendo in evidenza l’inasprimento delle multe e un sistema sanzionatorio più rigido per chi sgarra, dall’altra il giudizio degli esperti è opposto. La comunità scientifica e le associazioni ambientaliste (tra cui WWF e Legambiente) parlano infatti di un vero e proprio “smantellamento delle tutele minime” per la fauna, ritenendo che le multe non bastino a compensare la maggiore pressione venatoria sull’ecosistema. Oltre alle proteste interne, sul disegno di legge pende la scure di Bruxelles. I tecnici dell’Unione Europea guardano infatti con forte preoccupazione a un testo che rischia di frammentare la gestione della fauna in venti regolamenti regionali differenti. Il timore principale è la violazione dei trattati comunitari sulla tutela dell’avifauna (come le direttive Uccelli e Habitat), un passo che esporrebbe l’Italia non solo a nuove procedure d’infrazione, ma anche a pesanti sanzioni economiche. Ad oggi la riforma non è ancora definitiva, il testo ha superato il primo scoglio con l’approvazione al Senato nel giugno 2026, ma si trova ora al vaglio della Camera dei Deputati. Nel frattempo, la Regione Abruzzo e il mondo ambientalista restano in attesa di capire quali saranno le regole del gioco definitive.
