Il custode della melodia: Gianni Aterrano si racconta in “Le note della mia vita”

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PINO ATTANASIO PRESS

Ci sono uomini che la storia la subiscono, altri che la studiano e pochissimi che, con discrezione e genialità, la scrivono. O meglio, la suonano. Gianni Aterrano appartiene a quest’ultima, rara categoria. Pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, Aterrano è stato una figura centrale eppure riservata della musica napoletana del secondo Novecento. Oggi, quel bagaglio di accordi, incontri e retroscena si fa parola scritta in “Le note della mia vita” (Iuppiter Edizioni), l’autobiografia che ripercorre quasi un secolo di canzone e cultura partenopea.

Il volume è stato presentato in una cornice suggestiva e affettuosa all’Istituto Francesco Denza di Posillipo, in un lancio che ha riunito la stampa, le istituzioni e i tantissimi amici di una vita. Insieme all’autore, novant’anni portati con lo spirito di un eterno ragazzo dello swing, sono intervenuti il direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati, l’autore televisivo e radiofonico Gino Aveta, l’attore e showman Gino Rivieccio e la giornalista Désirée Klain. Il libro, arricchito dalla prefazione del compianto giornalista e saggista Pietro Gargano, non è solo un memoir, ma un prezioso documento storico: la testimonianza in prima persona di chi ha attraversato la tradizione musicale dal dopoguerra a oggi, con la consapevolezza – come scrive lo stesso Maestro – di avere «il dovere di raccontare prima che la memoria si perda».

Dalle lezioni in casa allo swing d’oltreoceano

Nato a Napoli nel 1934, ottavo di dieci figli, Aterrano scopre la musica tra le mura domestiche. Inizia a studiare il pianoforte con un’insegnante privata tedesca e, da autodidatta, impara a suonare anche la fisarmonica. Il pianoforte, però, resta il suo grande amore: intraprende gli studi al prestigioso Conservatorio di San Pietro a Majella superando l’esame del quinto anno, ma la prematura scomparsa del padre lo costringe a fermarsi all’ottavo anno per affrontare la vita e lavorare.

La sua formazione si contamina rapidamente con le novità che arrivano dall’America: si appassiona ai ritmi di Benny Goodman e Glenn Miller, agli squilli di tromba di Louis Armstrong. Sono sonorità che lasceranno una traccia indelebile nei suoi spartiti, sempre intrisi di una personalissima e travolgente vena swing. A vent’anni forma un quartetto con cui gira i locali da ballo, muovendosi con disinvoltura tra i successi del momento e i pezzi classici.

GIANNI ATERRANO Pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra

Il salotto della Galleria e il sodalizio con Sergio Bruni

Dalle stanze di casa, il giovane Aterrano approda alla Galleria Umberto I degli anni Cinquanta, all’epoca vero e proprio salotto e cuore pulsante del mercato discografico napoletano. Da lì a poco iniziano le grandi direzioni artistiche per etichette storiche come la Zeus di Espedito Barrucci e la King Universal di Aurelio Fierro.

Il 1956 segna la svolta: l’incontro con Sergio Bruni alla Piedigrotta della Canzonetta. Aterrano diventa il pianista accompagnatore del “Voce di Napoli” per molti anni (nel 1958 figura nel celebre ensemble dei “Cadetti” insieme ad Andolfi, D’Anna, De Carolis e Schioppa). Il legame artistico è così viscerale che, quando Bruni decide di immergersi nello studio dei classici per incidere la sua monumentale antologia della canzone napoletana, esige Gianni Aterrano in esclusiva assoluta, per preparare e rifinire ogni traccia al suo fianco.

il direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati

L’arrangiatore dei Big e l’aneddoto su “’A pizza”

Ormai stimatissimo nell’ambiente, Aterrano diventa il punto di riferimento per i più grandi nomi della musica italiana. Arrangia e accompagna artisti del calibro di Giacomo Rondinella, Maria Paris, Abbate, Claudio Villa, Domenico Modugno, Gianni Morandi, Nunzio Gallo, Tony Astarita, Peppino Gagliardi, Aurelio Fierro, Mirna Doris e Angela Luce. Persino Eduardo De Filippo ne intuisce il talento, volendolo nella compagnia “Scarpettiana” al suo esordio al Teatro San Ferdinando. Una collaborazione, quella con Eduardo, rimasta impressa nella memoria per una melodia composta a vista, seduto al pianoforte davanti al drammaturgo, sui versi di «E la neve cade, cade lentamente».

Tra i tanti retroscena svelati nel libro, emerge anche il salvataggio in extremis di un capolavoro: nel 1966 erano già stati incisi i primi dischi di ‘A pizza (brano che arriverà secondo al Festival di Napoli grazie a Fierro e Giorgio Gaber), ma l’arrangiamento non convinceva nessuno. Aterrano trovò la quadratura ritmica all’ultimo minuto, inventando un mix perfetto tra swing e dixieland; affidò lo spartito al maestro copista Iaccarino che fece appena in tempo a consegnarlo ai professori d’orchestra prima della performance. Quell’arrangiamento è tutt’oggi la versione di riferimento del brano.

l’attore e showman Gino Rivieccio

Lo scopritore di talenti: da Massimo Ranieri a Gianni Nazzaro

Aterrano ha avuto anche un orecchio finissimo nel riconoscere il talento futuro. Nel 1964 fu lui a sottrarre all’anonimato un ragazzino di nome Giovanni Calone. Lo fece scritturare dalla Zeus e riuscì a inserirlo come spalla di Sergio Bruni in una tournée negli Stati Uniti, facendosi personalmente garante della sua tutela di fronte alla famiglia: quell’adolescente sarebbe diventato Massimo Ranieri. Poco dopo, avrebbe lanciato anche Gianni Nazzaro.

Proprio su Massimo Ranieri, l’eclettico Gino Rivieccio ha letto durante la presentazione un divertentissimo aneddoto contenuto nel libro. Aterrano stava accompagnando in auto il giovane cantante al Festival di Pesaro, dove si sarebbe dovuto esibire in serata. Durante il tragitto, il ragazzo si sentì improvvisamente male, colpito da vomito e febbre alta. Memore dei racconti di Bruni e Gallo sulle doti prodigiose di un certo Fra Pancrazio, il musicista allungò il percorso per recarsi al santuario di Loreto. Il frate esaminò Ranieri e liquidò la faccenda: “Non è niente, stasera lo metti a letto con aspirina e brodo caldo, domani andrà tutto bene”. Aterrano, preoccupato, obiettò che il ragazzo doveva cantare quella sera stessa, ma il frate ripeté sereno: “Non ti preoccupare, domani andrà tutto bene”. Scettico, il Maestro ripartì per Pesaro. Appena arrivati a teatro, il presentatore Corrado urlò dal palco: “Potete andare in albergo, il programma è cambiato: Ranieri canta domani!”.

l’autore televisivo e radiofonico Gino Aveta

I traguardi, i Festival e il legame con la città

La carriera di Aterrano è un elenco infinito di successi: ha diretto l’orchestra al Festival di Napoli nel 1965, 1966 e 1968. Come autore, in coppia con Aurelio Fierro, ha firmato brani memorabili come ”Notte ‘e nustalgia” (1967), ”E carezze d’ ‘o munno” (1968), ”Ciento Notte” (1969) e ”Distrattamente” (1970). Ha partecipato al Disco per l’Estate e a Canzonissima, dove la sua canzone ”Ti prego non piangere”, interpretata da Tony Astarita, sbancò una puntata memorabile.

C’è la sua firma anche dietro un pezzo di storia sportiva e sociale della città: nel 1971, sui versi di Alberto Sciotti, compose l’”Inno del Napoli”. Cantato da Nunzio Gallo allo stadio San Paolo prima di un match cruciale contro la Juventus, il brano portò fortuna agli azzurri che conquistarono la vittoria. Ha dato inoltre musica alla voce di Juan de Aragona (Don Jaime de Mora y Aragón), fratello della Regina Fabiola del Belgio.

Negli anni più recenti, la sua attività non si è mai fermata. Ha ideato lo spettacolo teatrale ”Che bella cosa è ‘na serata ‘e sole” (con testi di Dino Verde, regia di Don Lurio, la comicità di Lucia Cassini e le voci di Loredana Gallo e Bruno Cuomo). Ha continuato a calcare le scene con una big band da lui fondata (“Dedicato a Glenn Miller”) e guidando storici concerti jazz in trio con batteria e contrabbasso. Un compendio del suo tocco pianistico è racchiuso nel celebre cofanetto discografico ”Napoli e un Pianoforte”.

Nel gennaio del 2005, la città di Napoli ha ufficializzato la gratitudine nei suoi confronti: l’allora sindaco Rosa Russo Iervolino lo ha premiato per i suoi primi cinquant’anni di gloriosa attività artistica.

la giornalista Désirée Klain

Il ritratto di un’epoca

Sullo sfondo delle pagine di “Le note della mia vita” scorre la diapositiva di un’Italia e di una Napoli irripetibili. Un’era fatta di festival sanremesi e partenopei, imponenti orchestre stabili da settanta elementi, oceaniche tournée che arrivavano fino in Australia e la grande televisione in bianco e nero guidata da Mike Bongiorno, Pippo Baudo e Corrado. Ma vi si ritrova anche l’analisi profonda delle evoluzioni, e talvolta delle ferite, di una tradizione musicale che non ha mai smesso di trasformarsi.

Quella di Gianni Aterrano è, in definitiva, una storia personale che si fa memoria collettiva. Novant’anni di una Napoli che canta, raccontati da chi, dietro le quinte o sul podio, ne ha tenuto in mano lo spartito. Perché, come conclude lo stesso Maestro con la saggezza dei grandi: «La musica è vita, e la vita è musica».