

Un lavoro discografico che indica nuovi orizzonti nell’evoluzione del linguaggio
mainstream e dell’approccio pianistico alla chitarra, pur nel rispetto della tradizione
firmato dal più straordinario e sensibile virtuoso delle sei corde in Italia.
È disponibile su tutte le piattaforme digitali e da marzo nei negozi di dischi, su cd e in
vinile, il nuovo album del chitarrista jazz
Pietro Condorelli
dal titolo “
Native Language
“.
Un lavoro realizzato in trio con Antonio Napolitano al contrabbasso e Raffaele Natale alla batteria.

I brani dell’album
L’album Native Language comprende 8 versioni rivisitate di storici standard jazz (“
I love
you
” di Cole Porter, “
A flower is a lovesome thing
” di Billy Strayhorn, “
All of me
” di
Gerald Marks e Seymour Simons, “
Pannonica
” di Thelonious Monk, “
Strollin’
” di Horace
Silver, “
Rhapsodic
” di Claude Bolling, “
Giraffe
” di Don Garcia e “
I can’t get started
” di
Vernon Duke) e un brano originale che dà il nome al disco, “
Native Language
“, composto
da Pietro Condorelli.
Il linguaggio e la tecnica di Condorelli

Uno stile unico, inconfondibile, quello di Condorelli. Il suo è un linguaggio musicale che
suona nuovo e familiare allo stesso tempo, che affonda le radici nella tradizione jazzistica
sedimentatasi nel secolo scorso ma che è proiettato al futuro, in un lavoro costante fatto
di studio, ricerca e sperimentazione. Una “lingua madre” che lui ha imparato a
riconoscere sin da bambino, che ha amato per tutta la vita e che oggi padroneggia con
disinvoltura e maestria.
Il suo approccio pianistico alla chitarra, suonata contemporaneamente come strumento
armonico, melodico e ritmico, fa di lui l’unico vero rappresentante in Italia della scuola
chitarristica che ha visto in Barney Kessel e Joe Pass i suoi più illustri punti di riferimento.
Ma proprio questo modo di esprimere la propria musicalità ha spinto Condorelli a trarre
insegnamento e ispirazione da altri strumentisti, da Thelonious Monk a Bill Evans, da
Barry Harris a John Coltrane.
A ciò si aggiunge il contributo personale di un vero e proprio cultore e teorico del
linguaggio jazzistico, esploratore delle infinite possibilità di evoluzione di esso e autore di
numerose pubblicazioni in ambito didattico. La sua padronanza dello strumento è
evidente nella tecnica perfetta, nelle improvvisazioni intricate e nel fraseggio emotivo. Un
virtuoso nel senso più ampio possibile che però riesce a esprimere la sua idea della
musica con sensibilità e raro lirismo.
La carriera artistica e accademica
Con un percorso musicale che lo ha portato dalla natia Italia a diversi palcoscenici
internazionali, Condorelli si è affermato come figura di spicco della scena jazz
contemporanea. Nel corso dei suoi 40 anni di carriera ha collaborato nella didattica con
anni a Siena Jazz e dal 2020 è docente di Chitarra Jazz al Conservatorio San Pietro a
Majella di Napoli. Ha suonato con musicisti di fama internazionale come Lee Konitz, Jerry
Bergonzi, George Cables, Jimmy Owens, Charles Tolliver, Dick Oatts, Jim Snidero e ha fatto
parte, negli anni ’90, della mitica band rock progressive “Area”.
Condorelli: “Trasmetto il mio amore per il mainstream jazz”
“La pubblicazione di Native Language – spiega lo stesso musicista – risponde all’esigenza di
tornare a trasmettere ad un vasto pubblico di appassionati di Jazz le mie scelte musicali e
la mia attuale predilezione per il mainstream jazz. Il profilo ritmico armonico è pertanto
molto presente in questo lavoro. Anziché proporre solo musica originale, ho preferito
suonare brani molto conosciuti tra gli standard jazz ed alcuni jazz originals. Con Antonio
Napolitano e Raffaele Natale suoniamo con grande interplay e senso dello swing,
all’insegna dell’estemporaneità e della freschezza espressiva”.
Piracci: “Un lavoro profondo, ma anche teso e spericolato”
“Pietro Condorelli – scrive di lui il chitarrista e docente Giacinto Piracci nella nota di
copertina di “Native Language” – non è un semplice stilista molto preparato nel suo
campo. La profondità della sua ricerca nel linguaggio jazzistico si scorge nei piccoli e
preziosi dettagli in cui risiede gran parte del pregio di questa forma d’arte: la scelta delle
legature, l’enunciazione, gli accenti, la fluidità del periodo e il “drive” sempre in avanti,
teso e spericolato, che ricorda la guida temeraria di Dean Moriarty che Kerouac descrive
in On the road”.
La copertina: il “Labirinto” di Salvatore Ravo
Le registrazioni e il missaggio sono opera di Gustavo Sciano, che ha lavorato al Vessel
Recording Studio di San Nicola la Strada. La sola “I can’t get started” è stata registrata da
Benny Salomone al Piana Lab. Le grafiche sono di Nicola Di Caprio, mentre l’immagine di
copertina è l’opera “Labirinto” dell’artista Salvatore Ravo.
Materiale fotografico e video:
Link al video del brano “I can’t get started” (Vernon Duke) eseguito da Pietro Condorelli;
Link al video del brano “Upi’s Waltz” (Pietro Condorelli) eseguito dal Pietro Condorelli
Native Language Trio:
In allegato foto del Pietro Condorelli Native Language Trio: il contrabbassista Antonio
Napolitano, il chitarrista Pietro Condorelli e il batterista Raffaele Natale.
Paolo Russo
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